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La Storia

Da un esame di documenti risalenti al X ed all’ XI secolo risulta che le origini di Castelnuovo Bormida siano da ritenersi strettamente legate ai tentativi posti in essere dall’episcopato acquese di estendere il proprio potere temporale di signore feudale sull’area territoriale posta lungo il corso della Bormida a monte ed a valle della città di Acqui.
 
Un momento particolarmente significativo di tale espansione si ebbe sul finire del X secolo, quando il vescovo Primo riuscì, nell’anno 996, ad ottenere dall’imperatore Ottone III di Sassonia la conferma della preesistente giurisdizione feudale dell’episcopato e l’ulteriore estensione della stessa sui castelli e sulle ville di Cavatore, Terzo, Strevi e Cassine, nonché su di un “districtus” territoriale che si estendeva per un raggio di tre miglia (circa 4,5 Km, se si considera ancora in uso all’epoca il miglio romano che aveva una lunghezza approssimativa di 1.500 metri) da ciascuno di tali castelli e ville, concessioni che vennero integralmente confermate nel 1013 -1014 allo stesso vescovo Primo dal successivo imperatore Enrico II di Sassonia.
 
In seguito alle sopra citate acquisizioni territoriali, pertanto, l’area sulla riva destra della Bormida su cui sarebbero sorti, presumibilmente nella prima metà del secolo XI, il castello ed il villaggio di Castelnuovo Bormida veniva ad essere compresa nel “districtus” costituente una attribuzione connessa alla giurisdizione su Cassine: tale situazione persisteva ancora nel 1039 e nel 1052, quando l’imperatore Enrico III di Franconia, nel confermare ed estendere con due distinti diplomi al vescovo S. Guido la precedente giurisdizione feudale su cui la chiesa acquese esercitava il proprio controllo, pur facendo una dettagliata elencazione di tutte le ville, i castelli e le pievi di cui con i citati atti consolida ed attribuisce l’investitura in feudo, non fa alcuna menzione di insediamenti civili o di installazioni militari sull’attuale area castelnovese, ma si limita a citare ancora soltanto Cassine ed il suo “districtus”.
 
Si deve arrivare al 1040/1041 per riscontrare, in un atto di donazione di terreni, nonchè di attribuzione di rendite e pievi concesse da San Guido al monastero benedettino di S. Pietro in Acqui, la prima testimonianza documentale dell’esi-stenza di un nuovo castello (che parrebbe essere stato citato nell’atto ancora con capilettera minuscoli, forse proprio per la sua recente costruzione, e senza alcuna menzione di un diverso nome geografico già indicante a quell’epoca l’area in cui era stato fondato o precedenti insediamenti abitativi siti nella stessa) nei cui pressi sorgeva una pieve dedicata a S. Angelo, che veniva posta sotto il controllo dei benedettini acquesi e la cui presenza in territorio castelnovese è documentata storicamente a partire proprio dal secolo XI ed, almeno dal punto di vista toponomastico, fino al secolo XVIII, periodo in cui persiste ancora l’indicazione di un area lungo il corso della Bormida posta di poco a monte rispetto all’attuale castello ed indicata come “Beverolo o Santo Angelo”: in conseguenza della sicura identificazione di tale pieve (ad oggi, purtroppo, scomparsa probabilmente a causa di inondazioni) gli storici concordano in maniera unanime che quello specifico “castrum novum” senza nome a cui faceva riferimento San Guido nel proprio atto sia da identificarsi con certezza con il nucleo originario del castello di Castelnuovo Bormida.
 
Il vescovo Guido od i suoi immediati predecessori avrebbero inteso assicurarsi allo stesso tempo, per mezzo della fondazione di un primitivo receptum fortificato posto su di un rialzo naturale del terreno a ridosso della riva destra della Bormida ed in prossimità di un punto in cui risultava agevole il passaggio del fiume, la protezione di un importante guado sito lungo il tratto che da Acqui portava a Tortona del percorso di quella che era stata l’antica via consolare Emilia di epoca romana, nonché il controllo il più possibile diretto di un’area territoriale costituente uno dei punti di massima espansione della loro signoria feudale sulla riva destra della Bormida.
 
Dal fatto che neanche nel citato diploma di Enrico III risalente al 1052 non vi sia alcuna indicazione del “castrum novum” già fondato e fronteggiante Cassine sulla riva opposta della Bormida , alcuni storici sarebbero stati indotti, a ritenere che ancora a quella data le cancellerie imperiali ed il vescovo di Acqui considerassero il “receptum” di recente costruzione da cui si sarebbe successivamente sviluppato Castelnuovo Bormida come una semplice postazione militare non ancora dotata di una autonoma identità e di propri territori di pertinenza e facente ancora parte del “districtus” feudale connesso al possesso esercitato dall’episcopato acquese su Cassine.
 
I vescovi di Acqui esercitarono il loro controllo sul castello di Castelnuovo Bormida, che col tempo era venne ad acquisire anche una propria autonomia dal punto di vista dell’identità territoriale in conseguenza dell’insediamento di coloni da cui era stato fatto sorgere un piccolo villaggio in prossimità dell’originaria installazione di carattere militare, fino ai primi decenni del XII secolo, periodo successivamente al quale subentra la signoria feudale dei marchesi di Monferrato della dinastia aleramica, documentata come confermata nel 1164 (e, pertanto, da ritenersi già sussistente in epoca quanto meno di poco precedente) al marchese Guglielmo V il Vecchio da un diploma imperiale di Federico I di Hohenstaufen, detto il Barbarossa .
 
Successivamente la signoria su Castelnuovo Bormida è documentata come attribuita, sul finire del XII secolo, ai marchesi di Incisa, a cui venne tolta nel 1191 dall’imperatore Enrico VI, il quale privava Alberto d’Incisa ed i suoi fratelli, accusati di fellonia, di tutti i loro appannaggi feudali, tra cui le proprietà che gli stessi “tenebant in Castro Novo seu Cassina”, attribuendo dette terre al marchese Bonifacio I di Monferrato, che nel 1203, ad esito di una lunga disputa con l’emergente comune di Alessandria, stipulerà con gli alessandrini un patto di tregua con cui veniva ratificata una comproprietà feudale pro indiviso al cinquanta per cento tra lo stesso marchese e gli alessandrini sulla cosiddetta Sezadia, area territoriale comprendente i territori degli attuali comuni di Castelnuovo Bormida, Sezzadio, Retorto, Carpeneto, e Montaldo, condominio che si protrarrà per tutto il secolo XIII.
 
Nel 1311 il vescovo di Acqui Guido di Incisa, nel tentativo di recuperare il dominio territoriale già facente capo al proprio episcopato quasi due secoli prima, ottenne dall’imperatore Enrico VII la conferma di diritti territoriali su Castelnuovo, limitati, peraltro, all’esazione di tributi annuali, sia in denaro che in natura, e di prestazioni di lavoro manuale gratuito da parte della popolazione, attribuzioni ratificate ulteriormente a favore della sede vescovile acquose da un diploma di Carlo IV del 1364.
 
Castelnuovo Bormida tornò sotto l’esclusivo e pieno dominio dei marchesi di Monferrato con la nuova dinastia dei Paleologi, che ne valorizzarono l’importanza quale strategica postazione fortificata di confine con i territori dello Stato di Milano (Cassine, Sezzadio), curando il miglioramento delle opere difensive del castello anche attraverso una attenta attribuzione della signoria del luogo a feudatari loro subordinati: dopo un breve periodo di infeudazione alla famiglia genovese degli Adorno, che sarebbe stata investita e spodestata dal marchese Teodoro II, nel 1380 Giovanni III Paleologo attribuì la concessione di diritti feudali su Castelnuovo ad Antonio Porro, la cui famiglia manterrà tale signoria fino al 1438, anno in cui venne attribuita ad Antonio ed Ottolino Zoppi, i cui rami di discendenza si estinsero rispettivamente nel 1481 e nel 1575, passando la parte del feudo già di Antonio Zoppi al medico Enrico Sacco, i cui discendenti vendettero nel 1574 la loro porzione a Beltramo Moscheni, e quella che era stata di Ottolino Zoppi a Giovanni Battista Grasso di Strevi.
 
Nel corso dei secoli XV e XVI le fortificazioni del castello vennero, sempre su impulso dei Paleologi ed in particolare del marchese e condottiero Guglielmo VIII, ulteriormente ristrutturate e potenziate dai vari signori succedutisi nel tempo, anche con l’ampliamento costituito dal torrione quadrangolare successivamente rimaneggiato ed ancora esistente.
 
Nel 1604 il feudo venne riunito, mediante una serie di acquisti, dalla famiglia Moscheni, ma nel 1607 venne assegnato da Vincenzo I, duca di Mantova e del Monferrato, al patrizio genovese Luca Grillo nell’ambito del processo con cui la dinastia dei Gonzaga, subentrata ai Paleologi nella signoria marchionale nel 1536 ed assurta al titolo di Duca del Monferrato a partire dal 1575, perseguiva il finanziamento delle proprie casse mediante la concessione, a fronte del pagamento di forti somme di denaro, di porzioni dei propri feudi monferrini di recente acquisizione.
 
Da Luca Grillo i diritti sul feudo di Castelnuovo vennero rivenduti intorno al 1621ad Ottavio Ferrari, conte di Orsara e dal 15.12.1623 Marchese di Castelnuovo su investitura del Duca di Mantova e del Monferrato, la cui famiglia mantenne detto titolo, ponendo anche la propria dimora nel castello, fino alla estinzione del proprio ramo principale, avvenuta negli anni immediatamente seguenti la Seconda Guerra Mondiale.
 
Nel corso della Guerra per la Successione al trono di Spagna (1702 – 1714) ebbe luogo, in data 11 gennaio 1704, uno degli eventi storici più importanti nella storia di Castelnuovo, costituito da un cruento scontro avvenuto tra un’armata imperiale costituita da oltre ottomila fanti, circa cinquemila cavalieri e non meno di una ventina di pezzi d’artiglieria guidata dal generale Stahremberg, che aveva il compito di portare rinforzi all’esercito del Duca di Savoia, che aveva abbandonato la preesistente alleanza con la Francia sul finire del 1703 per passare a sostenere il candidato al trono spagnolo supportato dall’Imperatore Leopoldo I d’Absburgo, ed un’armata francese condotta dal celebre Maresciallo Vendome, all’epoca impegnata ad occupare i territori dell’ex alleato piemontese ed a controllare quelli del proprio alleato Ferdinando Carlo Gonzaga, Duca di Mantova e del Monferrato.
 
A seguito della battaglia, combattuta in prossimità del centro abitato e di un ponte di fortuna sulla Bormida  allestito in una posizione coperta dalle fortificazioni del castello, di cui avevano preso il controllo alcuni battaglioni di fanteria austriaci, l’esercito dello Stahremberg riuscì a passare la Bormida eludendo l’inseguimento dei Francesi, ma le perdite furono, secondo i cronisti dell’epoca, piuttosto ingenti da ambo le parti: gli Imperiali avrebbero perso quarantadue ufficiali di vario grado, tra cui va annoverato S.A. Filippo Erasmo di Liechtenstein, capostipite del ramo dinastico attualmente regnante sul piccolo principato mitteleuropeo, ed ottocento soldati, a cui sarebbero da aggiungersi almeno trecento   prigionieri, mentre i caduti Francesi sarebbero ammontati a non meno di   quarantotto ufficiali e   seicentoottanta soldati.
 
Ancora nel corso del conflitto, che avrebbe visto la vittoria della parte imperiale, i territori del Ducato di Monferrato vennero, nel 1707, definitivamente tolti alla famiglia dei Gonzaga dall’imperatore Giuseppe I d’Absburgo, il quale li attribuì al proprio alleato Vittorio Amedeo II di Savoia: a partire dal momento dell’annessione agli stati sabaudi, successivamente ratificata dai trattati di pace di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714), Castelnuovo perse sempre più rapidamente la propria importanza strategica ed il castello cambiò gradatamente, nel corso dei secoli XVIII e XIX, la propria funzione ed il proprio aspetto da quelli di postazione fortificata di carattere prettamente militare a quelli di palazzo residenziale della famiglia Ferrari, che aveva mantenuto anche sotto i Savoia il titolo che le attribuiva la signoria marchionale sul piccolo paese.